Pirata! Cult Movie – Paolo Ricagno, 1984

di LudoVan

Ho sentito parlare di questo film per caso, mentre mi gustavo l´ottimo documentario sulla scena wave italiana degli anni ottanta “Crollo Nervoso”.

Si tratta di un film fino a poco fa introvabile. Presentato nel 1984 alla biennale del cinema di Venezia e poi niente, il buio totale. Niente release in VHS, tantomeno in DVD. L´unica maniera di vedere il film a quanto pare era mettersi in contatto con la cineteca nazionale, dato che il titolo figura nel loro database (http://www.fondazionecsc.it/ct_cat_film.jsp?area=20&ID_LINK=28&csc-title=pirata&csc-direction=&csc-year=&btnSearch=Cerca ).

Tutto tace fino a quando, discutendo casualmente su un noto forum (http://filmbrutti.forumcommunity.net/), un utente mi informa che il film e´ stao caricato nel 2015 su youtube dallo stesso regista, Paolo Ricagno (https://www.youtube.com/watch?v=2o4p8sXT9OI)! Che occasione ghiotta! Chiaramente non aspettavamo altro e ce lo siamo subito visti.

La trama e´ semplice: in un ipotetico futuro non troppo lontano la gente e´ completamente inebetita e passa le giornate passivamente a guardare la TV. Lo stato e´ controllato da un dittatore, il Sognatore Supremo, che governa tramite la forza brutale della polizia, i cui agenti hanno un elegantissimo completino di latex giallo e nero. L´unico svago della gente e´ quello di guardare in TV i sogni del dittatore, che vengono mandati in onda tramite un cappello (giuro). Un bel giorno il protagonista, un ribelle anarchico coi baffi finti, ruba il cappello del dittatore. A quell punto comincia la sua fuga (coi pattini) durante la quale incontrera´ dei particolarissimi personaggi…

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Chiaramente la forza del film non sta tanto nella trama, che e´ una critica manco troppo velata della societa´ moderna, quanto nella realizzazione. Nessun suono, tranne le voci, e´ naturale. E´ stato utilizzato un  sintetizzatore per ricreare tutti i rumori. Tra l´altro dato che il film piu´ che un film e´ un lunghissimo videoclip, sono state inserite scene di videogiochi, fumetti e cartoni. Una sorta di Lola Corre ante litteram, insomma una ficata.

I dialoghi sono assurdi e, tranne il dittatore, la recitazione non e´ delle migliori, EPPURE se in una pellicola tradizionale  il tutto sarebbe risibile, nel clima onirico e pop di Pirata! ci sta tutto a pennello, anche la battuta <<ti avevo detto che questo cocktail era una bomba!>> che esclama il barista dopo aver lanciato una bomba a forma di shaker.

La colonna sonora e´ fenomenale. Inediti punk wave dell´epoca del calibro di Gaznevada e Kirlian Camera.  Il protagonista a un certo punto si reca in un locale dove sta suonano Jo Squillo, che ci regala non uno, non due, ma ben tre pezzi. Gruppi rock suonano quasi indisturbati durante le scene.

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Culto la scena dell´interrogatorio, in cui il commissario per qualche motivo salta sulla scrivania e comincia a cantare accompagnato dai poliziotti armati di pistola e sassofono, o la sfida a FLIPPER tra il pirata e le due  “sorelle”. Ma anche quando il protagonista tenta di recuperare il cappello rubatogli da una banda di balordi che, nella piu´ classica delle tradizioni del postatomico italiano, vivono dallo sfasciacarrozze.

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Insomma Pirata! e´ un film che, se siete appassionati di postatomici o della scena punk wave di quell periodo, va visto.

Mi piace pensare che I fratelli Wachowski in Matrix abbiano omaggiato Pirata!, in particolare la scena finale, che non spoilero.

 

 

 

After Death – Zombie4

Un film di un certo livello di Claudio Fragasso.

di JRennet

Il regista Clyde Andersson (ah! gli inglesismi dei bei tempi che furono) apre con una scena succulenta in cui una donna balla in modo disarticolato mentre un uomo, che si scoprirá essere il marito, legge un libro con enfasi mentre sfoglia svogliatamente le pagine, tutto in una caverna decorata dall’onnipresente macchina del fumo. É il prologo che ci racconta come in questa isola sudamericana siano tutti morti di una terribile epidemia che dei medici bianchi hanno cercato di fermare: medici bianchi che vanno in giro con dei mitra, non si sa mai.

Comincia cosí questo film che é un gioiellino dei B-movies sugli zombie, pieno di grandi momenti tra cui ricorderei la scena in cui vengono introdotti i protagonisti. Due donne e quattro uomini in barca che non si conoscono. Gli uomini mercenari, le donne, una bionda e una bruna, non lo sapremo mai, ma ci piace pensare che fossero piú di qualcuno che passasse di lá. La barca ha un improvviso guasto al motore, non funziona piú quindi, con il motore che va, attraccano ad un molo di un’isola da cui vengono strani canti un po’ inquietanti e, per far riparare il motore, decidono di addentrarsi nella giungla. Questa illogicità giunge all’apice quando uno dei protagonisti rincorre e picchia un pacifico zombie che lo osservava. Giusto allora che a questa violenza gratuita gli zombie reagiscano.

Rimane il dubbio per tutto il film se gli zombie ci fossero da sempre, li abbiano invocati nella prima scena, quando l’uomo maledice i medici rei di aver ucciso la figlia, che a loro dire volevano salvare, o ancora dopo. Chi abbia ragione poco importa, perché la terza porta dell’inferno é stata aperta e sono rinati i morti, che si possono fermare dall’entrare nelle case mettendo un amuleto che la nostra bionda possiede in un cerchio di candele, ma é piú facile a dirsi che a farsi: sono oggetti molto instabili le candele.

Il film é uno sconclusionato muoversi da un luogo all’altro di personaggi confusi e ignari della loro identitá. Abbiamo molto apprezzato Ken, l’uomo che in una spedizione di ricerca non porta lo zainetto e ha la camicia mezza aperta: finalmente non solo tette, un po’ di giustizia! Menzione anche per Barbablú, il mercenario dai denti storti che interpreta il ruolo del sexy e, diciamolo, da zombie ha anche il suo fascino.

Il libro dei morti é anche falsamente importante in questo film, per far rivivere i morti in un altro modo, a quanto pare ci vogliono molti tentativi per richiamarli, ma per fortuna c’é sempre uno scienziato scettico che legge la giusta pagina dall’inizio alla fine, perde la pagina con le istruzione per riportare tutto alla normalitá e muore. Il richiamo parolaacaso-Zombie-parolaacaso-Zombie é impagabile.

Insomma questo film ha tutto quello che vogliamo: la non-trama, gli zombie, armi e candele, libri e frasi da recitare, sangue, tanto vomito e mani che escono/reintrano a terra, altri zombie e qualcuno anche parlante.

La fine é quella che é, ma non ci lamentiamo.

Bello, bello vero.

Il trailer noiosissimo: (cercate di vedere le scatole della croce rossa)

Apologia di Vito Colomba

Di Ludo-Van

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E’ sempre facile stroncare un film, in particolare quando si tratta di produzioni a basso costo o di registi inesperti. Il fatto è che per fare una critica mezza sensata bisognerebbe non dico conoscere i retroscena, ma per lo meno contestualizzare. Sarebbe come dire che El Mariachi, il primo film di Robert Rodriguez, sia una schifezza perchè troppo noioso. Cioè fermi tutti.

Nel 1991 la Gialappa’s Band durante il loro divertentissimo programma Mai Dire TV, porto’ alla notorietàuna serie di fenomeni delle televisioni regionali trasmettendo e commentando spezzoni di qualche minuto di tali personaggi. Grazie al loro lavoro di ricerca (o di chi per loro guardava le TV private alla ricerca di tali perle) e aiutati anche dalle segnalazioni degli spettatori, ci fecero scoprire degli “antieroi” della TV. Alcuni talmente tracotanti da risultare divertenti (penso ad esempio al Tuttologo o a Pierino Brunelli) altri genuinamente simpatici , tipo Donato Mitola, Lorenz o il Mago Gabriel.

Nel mezzo si collocava Vito Colomba, un personaggio che nonostante prendesse il suo lavoro molto sul serio, non lo faceva mai con arroganza.

La Gialappas mandò in onda stralci del suo primo (e ahimè unico) film Quattro Carogne a Malopasso (trasmesso in origine dall’emittente siciliana RTC) del 1989 e parti delle sue puntate di “approfondimento” su come fare un film fatto in casa. Grazie anche ai pungenti commenti fuori campo dei tre presentatori la risata risultava facile.

La produzione era a bassissimo costo, quasi amatoriale e i mezzi limitati, tanto che nei titoli di testa si puo’ leggere “Attrezzature di ripresa con mezzi di fortuna”; questo già basterebbe a rendere qualunque film (tranne pochissime eccezioni) o noioso o a tratti involontariamente comico.

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Tra l’altro anche gli attori non erano professionisti: durante la settimana dovevano lavorare, il che limitava le riprese al weekend , allungando mostruosamente la durata della produzione, non si capisce se a 4 anni (Paola Costa e Chiara Salvo,Sadoma e Camorra, editore Baldini & Castoldi) o addirittura a 10 (Ritorno a Malopasso, documentario dei Trash Brothers). È chiaro come questo, specialmente per un regista non professionista, possa influire sulla linearità della trama. Diciamo che a volte i conti non tornano.

EPPURE…

Eppure in Quattro Carogne a Malopasso c’e’ del GENIO (e non mi vergogno di usare questa parola). Il lampo sta non tanto nella trama, ma nel misichiare la Sicilia rurale con il selvaggio West. Cioè questi cowboy non stanno a Dallas, stanno a Malopasso! Non parlano con l’accento messicano e non hanno piume in testa, questi qui hanno la cadenza siciliana!

Tra l’altro il film trasuda PASSIONE. Prendiamo il saloon. E’ stato costruito dal regista stesso dentro casa sua! Il fatto che, per evidenti ragioni di budget, non sia perfetto e non segua i canoni del western è solo una nota positiva. Se consideriamo che è il saloon di Vito Colomba’s Quattro Carogne a Malopasso e non di Sergio Corbucci’s Django, è ECCELLENTE.

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Anche le facce degli attori sono perfettamente adatte ai ruoli. Se Sergio Leone fosse stato nelle condizioni di Vito Colomba non avrebbe potuto fare casting migliore. Il pistolero Bill Nelson (Salvatore Cipponeri), lo sceriffo Hoara (Tony Genco), entrambi recentemente scomparsi, hanno le facce da eroi. Per non parlare delle “carogne”! I cattivi piu’ cattivi a cui un Western siculo possa aspirare! Esattamente come Clint Eastwood o Lee Van Cleef erano eroi del dello Spaghetti-Western, gli attori di Quattro Carogne a Malopasso sono gli epici eroi del Fico d’india-Western.

Come se questo non bastasse il film ha anche un messaggio morale: nello svolgimento della trama si intravedono i lunghi tentacoli della mafia. Il finale, nonostante possa strappare una risata o due a causa di un paio di cose che non posso svelarvi (già di spoiler ne sto facendo troppi, guardatevi il film, ne vale davvero la pena), lascia in effetti allo spettatore attento l’amaro in bocca.

Per quasi vent’anni di Quattro Carogne a Malopasso si sono perse le tracce. Poi, grazie all’interesse suscitato dalle vecchie puntate di mai dire TV caricate su youtube, è rispuntata fuori una versione VHSrip con il film completo (un GRAZIE al misterioso personaggio che l’ha trovata). Lo trovate facilmente su youtube in caso non l’aveste già visto.

In conclusione quando leggo gente che pone sullo stesso piano Quattro Carogne a Malopasso con film tipo Grazie Padre Pio o Troppo Belli (si, mi rivolgo anche a TE, youtuber d’accatto che ti diletti con videorecensioni) mi vengono i brividi. Parliamoci chiaro: tutti questi film fanno (involontariamente) ridere. Noi di Cinema Di Un Certo Livello (e altri prima di noi, penso ad esempio al cineclub capitolino Mediabazooko) abbiamo proiettato sia Quattro Carogne sia film come Troppo Belli e ci siamo divertiti ad entrambi, MA lo abbiamo fatto sempre con cognizione di causa, con grande rispetto per Vito Colomba e meno per altri (tipo Maurizio Costanzo, per dire).

Se da una parte abbiamo un film come quello che ho ampiamente elogiato sopra, con grandi limitazioni ma anche grandi intuizioni, che trapela passione e sacrifici, dall’altra abbiamo produzioni ruffiane, roba che magari viene prodotta con i finanziamenti della regione (quindi di noi contribuenti). Va bene farsi una risata, ma stiamo sempre attenti con certi paragoni.

Consiglio vivamente il documentario Ritorno a Malopasso, degli amici Trash Brothers, che svela qualche retroscena e pone sotto una nuova luce la pellicola.

Lo trovate qui: https://www.youtube.com/watch?v=Uq8cdSfft3o

Tra l’altro se il finale di Quattro Carogne vi ha lasciato l’amaro in bocca godetevi questo fenomenale video, sempre dei Trash Brthers

https://www.youtube.com/watch?v=gn3J5OzlL70

Locandina del nostro evento del 2013:

locandina carogne

l’8 di Gennaio

Non ve lo devo neanche ricordare che oggi dovete lasciare Ascanio, non voglio insultare le vostre conoscenze in codesto modo, ma e’ giusto oggi ricordare e per questo vi regalo un pezzo interessante, soprattutto per i risvolti riguardanti il modo di vestire.

Comunque nel caso davvero aveste dimenticato vi propongo anche Ascanio: https://www.youtube.com/watch?v=3sCMMhHOmDQ

L’incongruenza della lingua italiana: il il principio di economizzazione delle lettere dell’alfabeto, e il principio di economizzazione dell’inchiostro

Ci sono un sacco di cose che non hanno senso nella lingua italiana. Per prima cosa l’assurda quantita’  di lettere. Cioe’ va pure bene eh pero’ tocca mettersi d’accordo.

Per farvi capire bene faccio un esempio:

ESEMPIO 1: ACQUA

perche’  non e’  scrito ACUA? oppure AQA? voglio di’, mettiamoci d’accordo.

ACUA: il principio di economizzazione delle lettere dell’alfabeto (lettere uguali hanno suoni diversi in base alla lettera successiva)

la C (ci’) tanto la leggi comunque col suono della K se dopo ci sta la U no? allora che mi rappresenta quella Q li in mezzo? che ci sta a fa’? chi cel’ha messa? “Q inutile torna a casa”

AQA: il principio di economizzazione dell’inchiostro (tante lettere dell’alfabeto ma con un suono univoco che proprio non te puoi sbaglia’)

pure qui’ no, la Q (cu’) tanto comunque la leggi Q (cu’), allora a che servono tutte quelle lettere li’ _(la C e la U)? ancora una volta inutili “la ridondanza della C e della U”

Personalmente preferisco la seconda opzione, AQA, perche’  si risparmiano lettere e preziosissimo inchiostro. Pero’  non dico che ACUA sia sbagliato, basta mettersi d’accordo. se vogliamo parole piu’ corte AQA, se vogliamo l’alfabeto piu’  corto ACUA. A me sta bene tutto pero’  ACQUA no dai

ESEMPIO 2: G, I e H, assassini silenziosi

Un’altra cosa che mi fa uscire dai gangheri e’ l’H dopo la G (tipo in gangheri appunto).

Pure qui tocca mettersi d’accordo. Prendi GATTO e GHEPARDO. Apparentemente entrambi felidi della sottofamiglia Felinae EPPURE molto diversi a causa di una fastidiosissima incongruenza linguistica.

il suono della G e’ per entrambi lo stesso, eppure si scrive diversamente. Che fastidio.

o scriviamo GATTO e GEPARDO o GHATTO e GHEPARDO  (quindi anche TIGHRE, sempre per restare tra i felidi). Personalmente sarei per la seconda

I lettori piu’  attenti si saranno gia’  fatti la domanda “si ma allora la G (gi’) pronunciata G (gi’)? E come la mettiamo con la I dopo la G, che ha sempre il suono gi’ ?”.

Attenta osservazione, e pure qui tocca mettersi d’accordo. O si opta per la degenerazione dell’alfabeto (lettere uguali hanno suoni diversi in base alla lettera dopo), o per un alfabeto piu’ ampio pero’ a sto punto le lettere hanno un solo suono preciso (cosi’  te le impari tutte da ragazzino e hai finito).

Prendere il GIAGUARO (Panthera onca), ancora un felide il quale (o dovrei dire QALE o CUALE, vedi sopra) incarna piu’ di una irritantissima incongruenza della nostra lingua (o LINGHUA, per essere piu’  precisi).

GIAGUARO

PUNTO1.

che ci sta a fare quella I dopo la G? ve lo dico io, ci sta a confondere le idee soltanto. Tanto abbiamo stabilito (e ormai non si puo’  piu’  cambiare eh) che la G la pronunciamo sempre gi’. Quindi GAGUARO.

PUNTO 2.

giaGUaro. Ma non s’era detto che questo suono qui si scriveva con l’H? senno’  si fa confusione con la G pronunciata gi’. Quindi il corretto (o per lo meno razionale) modo di scrivere sarebbe GIAGHUARO.

quindi ricapitolando GIUAGUARO–>errato e confusionario; GAGHUARO–> corretto e razionale.

Spero sia stato chiaro.

Ci sarebbe anche un’altra soluzione, cioe’ quella di avere una lettera per suono (come nel caso di AQA in cui la Q la leggi cu’).

Prendiamo la prima G del nostro scomodo felino: GIAguaro. Io direi che la J fa al caso nostro, quindi sarebbe JAGUARO.

Prendiamo ora la seconda G: giaGUaro. In questo caso e’ giusto (in base al principio di economizzazione dell’inchiostro non si aggiunge l’H perche’  tanto G la leggi sempre uguale)

quindi GIAGUARO–>errato e confusionario, JAGUARO–>corretto

Ricapitolando ci sono due principi tra cui accordarsi per avere una lingua italiana fruibile e razionale: il principio di economizzazione delle lettere dell’alfabeto (lettere uguali hanno suoni diversi in base alla lettera successiva. In questo caso ci sono poche lettere nell’alfabeto, tipo la Q non c’e’, ma ti devi impara’ i suoni in base alle combinazioni), e il principio di economizzazione dell’inchiostro (tante lettere dell’alfabeto ma con un suono univoco che proprio non te puoi sbaglia’. Da usare tipo se stai scrivendo con una matitina piccola piccola che non puoi stare li a sprecare preziosissima GRAFITE)

ESEMPI DI FELIDI:

principio di economizzazione delle lettere dell’alfabeto:

GHATTO, GHEPARDO, TIGHRE, GAGHUARO

principio di economizzazione dell’inchiostro:

GATTO, GEPARDO, TIGRE, JAGUARO

ESERCIZI:

Questi animali hanno filogeneticamente in comune la famiglia (sono tutti canidi), ma, poverini, sono confusi e spauriti a causa delle incongruenze affibiategli dalla lingua italiana. aiutali a ritrovare la mamma in base al principio di economizzazione delle lettere dell’alfabeto e al principio di economizzazione dell’inchiostro:

DINGO (Canis lupus dingo, che in questo caso supporremo far parte di un taxon a se stante per evidenti ragioni linguistiche), GOLDEN JACKAL (Canis aureus, occhio questo e’  difficile), VOLPE SUD AMERICANA GRIGIA (Lycalopex griseus), Cynarctoides gawnae (questo e’  bonus perche’ non so proprio come si legga e probabilmente non verra’ a protestare dato che si e’  estinto 4 milioni di anni fa)

Spero sia stato chiaro, eccovi una foto divertente

Ludo-Van